01 marzo 2024, quarto appuntamento con la Palestra di scrittura presso il “Binario 81” a Fabriano. Oltre al quaderno e alla penna ho chiesto ai partecipanti di portare un laccio. Simbolo di legame, vincolo, rifugio e gabbia. Quali sono per voi le parole-laccio? La “e” che congiunge, e poi “mio”, “nostro”, “eccomi”, “cappio”, “insieme”, “relazione”, “ti voglio bene”, “ti amo”, “ti conosco”. Parole che legano, modificando la percezione di noi nel mondo, lo sguardo e quindi la visione. Il titolo di questo articolo prende spunto da un’opera composta da Francesco Gasparini nel 1696: «Caro laccio, dolce nodo,
che legasti il mio pensier; so ch’io peno e pur ne godo, son contento e prigionier». Cui fa eco la poesia “Lacci d’amore” di Alda Merini, che nei primi versi dice: «I lacci che mi legano i pensieri / sono dubbi d’amore…». Prima di partire con il tempo (20 minuti) di scrittura libera, leggo il libro illustrato “Harold nello spazio” di Crockett Johnson. Harold con la sua matita rosa decide di andare sulla luna, ma tutto preso dal suo andare  la smarrisce, ritrovandosi così su un pianeta sconosciuto e desolato, desideroso di compagnia. Guarderà al passato, cercherà nel sentito dire le risposte ma poi farà come gli pare, disegnando la sua traiettoria verso casa, a cavallo di una stella cometa.

Harold nello spazio

Ora stringiamo il nostro laccio al polso della mano con cui impugniamo la penna, o alla caviglia del piede o al collo. Chiudiamo gli occhi per qualche secondo. Concentriamoci sul laccio. Cosa comporta avere un laccio stretto al polso? Fastidio, dolore, indolenzimento. È più legato al corpo ciò che sento o alla psiche, al cuore o alla pelle? E cerchiamo con la memoria di tornare al tempo in cui il laccio stringeva di più. È adesso quel tempo? E quando il laccio non esisteva, quando ancora non era ciò che è ora – qualcosa che stringe il mio polso – io chi ero? Quale luogo abitavo, quale età? E perché non riesco ad allentare il nodo, o non sono riuscita a farlo, a liberarmi di questo stringere che illividisce la mia pelle? Cerco, ora, con la scrittura, di dare voce al mio laccio, di dargli dignità, un rigo dopo l’altro. E di rendere opaca la verità che vo’ disvelando, al fine di non lasciarmene tramortire. Perché, forse, io stringo il laccio e lego il pensiero perché ho paura di sentirmi e quindi di vedermi. Allora mi allontano, allento il laccio e il respiro, e con l’opaca “finzione” di me, emergo e, a cavallo di una stella cometa, torno a casa. 
Grazia mette il suo laccio rosso al collo, indossandolo come un collier, fastidioso e affascinante al tempo stesso, e che nel suo scritto simboleggia «un confinamento, un perimetro, un luogo dove stazionare te stesso». Davide individua nello spostamento di un accento la differenza tra un “legàmi” e un “lègami”; urla un bisogno di tagliare tutti i lacci, visibili e invisibili, ma consapevole dell’opera maestosa afferma, sul finale: «[…] e se proprio non si riuscisse a tagliarli tutti, che almeno diventino lunghissimi e sfilacciati e impercettibili». Marilù scrive un monologo e nel leggerlo lo interpreta, la sua protagonista ha impegni non prorogabili che l’affannano nel chiedere «scusa scusa scusa […] sai non posso, sai non riesco, devo devo devo…». Daniela scrive: «Ho sentito che volevi trattenermi ma non mi è mai piaciuto essere trattenuta. Ti ho sputato in faccia e nell’oscurità sono scappata via». Un gesto liberatorio e materico, proprio come lo scritto di Simone che con ironia e leggerezza paragona il laccio a quello che lega il salame, mischiando sapori e sensazioni. Succhi gastrici ed emozioni. Caterina guarda al suo legame tossico come a qualcosa che è esistito nel passato e che oggi l’aiuta a camminare leggera. «È strano come a volte troviamo conforto in cose che poi con il tempo si sono rivelate tossiche.» C’è chiarezza nelle sue parole, un significato netto, pulito. «A lungo ho desiderato di sedermi e riempire il foglio bianco.» – a scrivere ora è Chiara – «Chi ero? Quale laccio tratteneva la mia mano? Quali lacci impedivano a quelle parole di farsi forme, scritture, solco?» Federica ci regala un testo lirico poetico che esordisce con questo prologo: «Se stringe fa male perché tira o fa bene perché senti che c’è?» E Francesca nella sua “vita parallela” si sente piena e ricca, si dice che è forte, che ha superato tante prove, eppure «… continuo a convivere con tanti silenzi e mi sento di non avere legami, obblighi, doveri se non con me stessa. Tutta questa libertà mi spaventa…». «Come ci siamo arrivati fino a qui. Nel tempo che non c’è tempo, e non c’è spazio per il tempo, per il silenzio, per i pensieri che ti slegano. Ieri ero lì a vivere una vita bambina, le mattine con il profumo di caffè, la domenica della pasta fatta a mano, il mare col sole, […] le voci che ti accompagnano per una vita, le case sugli alberi…». Il testo è di Daniela M.. È quello con cui è esordita la serata e che conclude questo articolo. Marco Balzano nel suo libro “Le parole sono importanti”, dice: «La “parola” è una “parabola”, un suono che fa un percorso da chi lo pronuncia a chi lo ascolta. Non si parla a se stessi, si parla sempre a qualcuno, anche quando parliamo da soli. […] La parola è un atto che richiede ascolto e comprensione». È ciò che è miracolosamente accaduto questa sera tra tutti noi, legati alla parola, legati dalla parola, per mezzo di un laccio invisibile e lunghissimo. La gioia di esserci.
Un grazie immenso a Federica S. che ci ha ospitati e che ha scaldato le nostre pance con le sue pietanze vegane. Preparate con un amore che dirlo è sminuirlo.

T.R.