Non è possibile tenere una cronologia del viaggio e forse non ha senso in questi luoghi dove tutto mi appare teneramente, crudelmente irrazionale. Io, Matteo e Tiziana da quanto ci conosciamo? Tre giorni, un mese, dieci anni, tre vite? O, forse, non ci conosciamo affatto nonostante nel nostro discorrere si riversino i fiumi di vite intere colmi di ricordi, amore e struggimento? Quanto tempo è passato dalla passeggiata al crepuscolo incontrando i volti spensierati dei gitanti domenicali? Quanto tempo è passato da quando, fermi a osservare il corso della Drina, io mi perdevo in quella suggestione e nel mio senso di colpa non ancora risolto? La Drina è un fiume, un corso d’acqua come tanti, se ci pensi bene. Affascinante come solo l’acqua con la sua potenza primordiale sa essere. Quindi cosa lo rende diverso, speciale, da altri corsi d’acqua che ho incontrato nel mio cammino? La Drina è una voce che parla raccontandomi ciò che era, che è stata, che è: la chiusura lampo tra popoli, culture, pronta ad aprirsi e chiudere con rara ferocia. Matteo legge un brano tratto da “Il ponte sulla Drina” di Ivo Andrić; più tardi risponde a una mia domanda. Mi dirà che Višegrad, in Bosnia, prima della guerra faceva 18.000 abitanti, ora ne sono rimasti 5.000. La popolazione mussulmana non esiste più o è ridotta in piccoli nuclei. Il mio non capire e il senso di colpa si riaccendono, e sempre di più non capisco, cenando con Vasso e Vijsna, i nostri ospiti di Lukino Selo (nel villaggio di Zaovine, nel comune di Banija Bašta, Serbia, ndr). Bevendo avidamente bicchieri di rakija mi impregno di ospitalità e gentilezza, un sentimento che ritroviamo nel pensionato dalla pancia imponente, dai baffi candidi, che coltiva lamponi. Ci parla di cose comuni a chi un po’ conosce il lavoro della terra, un linguaggio universale in cui ci si riconosce, a dispetto del suono incomprensibile delle parole, fondendosi con il sapore dolce e aspro dei frutti che ci invita a raccogliere direttamente dalle piante. Nell’immergermi in questa rilassante accoglienza offerta senza chiedere nulla in cambio, continuo a chiedermi come sia potuto accadere, infischiandomene delle complesse analisi storico-culturali e socio-economiche. Andando all’osso: dall’altra parte del ponte ci si ammazzava come cani e qui si restava nella paura. Forse è vera la disperante conclusione di Hobbes o forse è più confortante, ma altrettanto amara, quella di Paolo Rumiz: «il bene è maggioranza ma non sa fiutare il male quando arriva».