Bene, ci eravamo trasferiti in città. In città chi è infelice vive meglio. In città si può vivere cento anni senza neanche avere l’idea di essere già da un pezzo morti e sepolti. Non c’è tempo di fare i conti con sé stessi, si è sempre occupati. Gli affari, le relazioni sociali, la salute, le arti, la salute dei bambini, la loro educazione. Bisogna ricevere questo e quello, andare di qua e di là. C’è sempre qualcosa da vedere, da ascoltare. In città in qualsiasi momento c’è sempre almeno una celebrità, ma più spesso due, o tre, che non si possono assolutamente perdere. C’è sempre qualcuno, inclusi noi, che ha bisogno di cure, poi ci sono gli insegnanti, i ripetitori, le istitutrici, ma la vita è incredibilmente vuota. Anche noi vivevamo così, e sentivamo meno il dolore della nostra convivenza. Oltretutto nei primi tempi c’era la fantastica occupazione di doversi sistemare nella nuova casa e nella nuova città, come anche ci occupavano i periodici spostamenti dalla città alla campagna e dalla campagna in città.

(“La sonata a Kreutzer” – Lev Tolstoj)