Arrivavamo sempre in anticipo per la messa; andavamo a occupare i posti in prima fila, a destra dell’altare; sulla panca di legno lucido c’era una targa con il nome della nostra famiglia e lì, io e il nonno, sedevamo. Aspettavamo impettiti, senza rivolgerci sguardo né parola, che il brusio circospetto dei fedeli riempisse la chiesa. In quell’immobilità il freddo era tutt’uno con l’attesa; e i miei piedi, obbligati nelle ballerine di vernice bianca con il fiocco di tulle rosa, erano solo qualcosa che vedevo, un prolungamento di me, ma che non percepivo. Il prete, don Alfonso, faceva il suo ingresso seguito dai tre chierichetti e prima di dare avvio alla messa, veniva a porgere gli omaggi al nonno: «Notaio!», diceva inchinandosi lievemente. Il primo dei tre chierichetti era Luca, un mio compagno di classe. Portava il messale e preparava l’altare con quella veste di bambola che su di lui diventava importante. Era il figlio del nostro giardiniere. Luca in classe mi chiamava “la principessa” e durante l’intervallo mi stava sempre vicino, mi sollevava la gonna da sotto il grembiule, mi inseguiva nel cortile gridando «Mo’ vedi come la principessa s’inziva!». Durante la funzione Luca mi gettava occhiate di fuoco e io arrossivo, lusingata e sgomenta; speravo che il nonno non se ne accorgesse. «Con i sottoposti bisogna essere cordiali e distaccati», ripeteva. Se avesse saputo come Luca si comportava mi avrebbe mandato in collegio a Napoli come desiderava mamma e non nella scuola pubblica. Ma il nonno ci credeva nell’istruzione pubblica. «Bisogna dare l’esempio al popolo».
Terminata la funzione aspettavamo che la folla scemasse verso l’uscita prima di attraversare la navata. Sul sagrato facevano cerchio i paesani con il vestito buono, impacciati dentro quella rigidezza chiamata eleganza, sovrastati da nuvole di sigaro. Il nonno si fermava sulla soglia, la mia mano nella sua, liscia e calda, e salutava il popolo con un cenno del cappello. Partiva così il valzer delle riverenze; una fila ordinata di «Buongiorno notaio», «Omaggi notaio». Erano tutti uomini. Le donne, le poche che partecipavano alla messa, rimanevano stipate lungo il bordo del sagrato. Le mani screpolate a strizzare borsette vuote, le dita grosse e nude: mia madre teneva mani sottili e dita ornate di anelli. Aveva creme per ogni parte del corpo. E profumi. Quella gente diffondeva un odore di stalla e di brodo. Aveva le guance arrossate, nasi intasati di venuzze. L’anno dopo avrei scoperto che il nome sopra alla panca l’avevamo solo noi. Me l’avrebbe detto Luca mentre con le mani andava cercandomi il caldo in mezzo alle cosce; si era sbottonato i pantaloni. Diceva: «Tocca, non avere paura principessa», con l’affanno negli occhi. Eravamo nella sagrestia, Luca teneva le chiavi, mi aveva detto «vieni che ti faccio vedere una cosa». Ora mi stava addosso, schiacciandomi contro il pavimento, la gonna rovesciata sulla faccia. Spingeva contro qualcosa che gli si opponeva. La fodera di raso mi carezzava il viso. Avevo caldo e sonno. Poi uno schianto seguito da un bruciore acuminato. E il buio. «Susete!», la sua voce mi comandava di alzarmi, di sbrigarmi a uscire prima di finire nei guai. Da quel giorno avrei smesso di essere la principessa: durante l’intervallo Luca spariva dentro al campo di calcio. Non mi rivolgeva attenzioni. Non mi sfotteva. Ero diventata la nipote del notaio. E niente più.

T.R.