Ecco, quindi che chi ha un giardino dovrebbe farne un cimitero; chi non ce l’ha, chi vive in condominio o in centro città dovrebbe usare come cimitero il parco pubblico, o le campagne subito oltre la periferia, ad ogni decesso ci si pianta sopra i cespugli, piante da fiore, piante da frutto, sotto ogni albero un trapassato, in modo che perduri il suo carattere, le sue abitudini, e su ogni albero un cartellino: Catellani Ivano, cipresso; Furio Donati, magnolia.
Ad esempio da un olivo, che è mio zio, esce olio di prima spremitura meraviglioso; dalla zia, la vigna, un vinello bianco spumeggiante, «Stai calma zia!» dico sempre quando la stappo; se non ci sto attento comincia a uscire schiuma, mezza bottiglia di schiuma, come uscivano dalla zia chiacchiere a non finire, non si stancava mai di chiacchierare; e lo zio, che invece era tranquillo, calmo, placido, come un olio già in vita, le diceva: «Florinda, sarai stanca, vogliamo avviarci verso casa?» La zia si preparava ad andare: «Sì, Palmizio» (…); la zia allora accelerava le chiacchiere, per farne di più in minor tempo; esattamente come la schiuma, che non smette fin che non è uscita tutta; dopo un’ora, che però equivaleva alle chiacchiere di quattro ore, lo zio ripeteva: «Florinda, sarai stanca…» eccetera; calmo come alla prima chiamata, per questo l’abbiamo sistemato sotto un olivo, è la stessa linfa oleosa che circola, e poi all’olio gli dà quel gusto pulito, che era il temperamento a bassissima acidità dello zio. La zia invece era già vino spumante, vino leggero molto spumante, a berlo sembrava di sentire in bocca lei, «Ciao zia Flori, alla tua salute!», e continuava a chiacchierare sulla porta di casa, come se avesse appena cominciato, mentre lo zio continuava a stare in attesa, senza un’increspatura, senza impazienza, come chi aspetta qualcosa di lontanissimo, che può protrarsi anche mesi.

(“Il pensatore solitario” – Ermanno Cavazzoni)