16 dicembre 2023: terzo appuntamento con la Palestra di scrittura al Museo della Civiltà Contadina di Fabriano. Il camino acceso, noi radunate intorno, giusto una sedia, un quaderno e una penna. Presenti Daniela, Daniela M., Caterina, Marina e Federica, quest’ultima alla sua prima esperienza. Gli altri sono nomi già noti e cari alla Palestra. Domando a Federica cosa si aspetta da questa esperienza. «Un tempo per me», risponde. Ho chiesto loro di portare una maschera: Daniela ha portato la foto di lei bambina vestita da Pierrot, Marina una maschera in cartapesta fatta a mano, Daniela M. la mascherina Ffp3, Federica una maschera realizzata dalle sue figlie, Caterina l’idea di un foulard a coprirle il capo e tenere scoperti solo gli occhi. Come prima cosa leggo l’albo illustrato “Io e gli altri” di Amanda Cley e Cecilia Ferri.

Illustrazione del libro “Io e gli altri”

Cosa evoca l’idea della maschera? Nascondimento, trasformazione, esaltazione, protezione. A volte indossare una maschera è una scelta, a volte no. Altre è una gabbia. Parto da Pirandello, dalla “recita del mondo”, dai pochi volti e dalle molte maschere che s’incontrano nella vita. Della fissità della maschera contro la mobilità del volto. Oggi ho con me alcuni versi poetici selezionati, li distribuisco a caso. Imposto venti minuti sul cronometro. «Che i versi vi siano d’ispirazione». Teste chine sul foglio, il fuoco che scoppietta. Di tanto in tanto apro uno spiraglio della finestra per ripulire la stanza dal fumo. Profumi antichi in un luogo antico. Il tempo trascorre in un niente. Prima di leggere gli scritti mi soffermo sull’etimo della parola “maschera” derivante da una voce preindoeuropea, “masca”, che significa fuliggine, fantasma nero. E sull’etimo di “persona” da “per-sonar”, risuonare a traverso. Era la maschera di legno portata sulla scena dagli attori nei teatri dell’antica Grecia e d’Italia nella quale i tratti del viso erano esagerati per meglio essere rilevati dagli spettatori e la bocca era fatta in modo da rafforzare il suono della voce (“ut personaret”) data la vastità dei teatri antichi. Questo il significato originario. Oggi “persona” sono io, una maschera per la recita nel vasto teatro del mondo. Leggiamo quindi i racconti. Marina, la nostra veterana, è la prima. A lei è capitato il verso di una poesia di Roberto Pazzi, «la voglia di partire, la forza di rimanere…», e da esso nasce il racconto di Nina che spende tante energie nell’inventare inediti modi di fuggire per poi rimanere, «al calduccio dentro di me, dentro il mio cappotto, dentro i miei amori». E Daniela nella poesia “Buchi”, ispirata dai versi di Margaret Atwood («rifiuti di appropriarti di te stesso, permetti ad altri di farlo al tuo posto…»), dice: «Alzati bambina mia, guarda lo specchio, lo vedi quel buco in fondo al tuo occhio? Non puoi riempirlo se cerchi in giardino. L’amore arde dentro il camino». E «il suggerimento d’infinita grazia così vicina e stretta alla dimenticanza», un verso di Alba Donati capitato a Caterina, fa dire alla sua protagonista: «ho deciso di voler dimenticare. Di voler trasformare il macigno in libellula, leggera e libera». I primi versi di “Paesaggio VII” di Pavese, «I ricordi cominciano nella sera sotto il fiato del vento…», nella mano di Federica diventano un fuoco che scalda, «le mani e i piedi freddi, la fronte che s’infuoca, “Allontanati dal camino ché come t’allontani ti frega!”, quante volte me lo sono sentito dire…», eppure Federica voleva parlare del vento e invece il ricordo s’è imposto riempiendo tutto lo spazio bianco. E infine Daniela M., cui sono capitati i versi di Cristina Campo («Vieni a me nel silenzio della notte, vieni nel vivo silenzio di un sogno…») tratteggia con pennellate di colore occhi a mandorla, mondi di nebbia e ricordi, sguardi che si cercano nell’amore, e un attendere senza più maschera. Il resoconto termina qui.
Cosa rimane di tutto il nostro dire? Un vivo silenzio.
Grazie.

T.R.