«Ma davvero per uscire di prigione
bisogna conoscere il legno della porta,
la lega delle sbarre, stabilire l’esatta
gradazione del colore? A diventare
così grandi esperti, si corre il rischio
che poi ci si affezioni. Se vuoi uscire
davvero di prigione, esci subito,
magari con la voce, diventa una canzone».

Parte dai paraggi di questa poesia di Patrizia Cavalli il quinto incontro della Palestra di scrittura. Il tema di oggi è il desiderio. È venerdì 29 marzo 2024, siamo ospiti di Federica presso il “Binario 81”. Giochiamo a fare collage con cartoncino, foto, frasi, colla, forbici e colori prima di dedicarci alla scrittura. Desiderio deriva dal latino, è parola composta da “de” e “siderare”, nelle due accezioni di «fissare attentamente le stelle» o «togliere lo sguardo dalle stelle». Rispetto alla definizione di desiderio dove ci poniamo? In quelli che fissano attentamente le stelle? O in quelli che se ne allontanano? Nel fissare attentamente qualcosa lo sguardo s’appanna, svaniscono i contorni, si perde il dettaglio. Questo può accadere anche se ce ne allontaniamo. In più, allontanandocene, diamo le spalle a quel qualcosa.
Cosa possiamo chiedere alla nostra scrittura? Calvino parlava di esattezza. Per poter essere precisi, esatti in ciò che scriviamo dobbiamo nominare il desiderio, renderlo in qualche modo concreto. «Evocare immagini visuali nitide, incisive, memorabili[…]», usare «un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione». (“Le lezioni americane”)
Ma è opportuno? O si cade nel rischio di cui parla Patrizia Cavalli di affezionarsi alla prigione? Tentiamo allora di sezionare il nostro desiderio. Di parcellizzarlo fino a frantumarlo. Mostriamone tutti i dettagli. Usiamo a tal scopo anche la magia. Desidero volare oltre le nuvole con la sola forza del mio pensiero, uno due tre, al tre spicco il volo, le suole non aderiscono più all’asfalto, mi concentro sulla sensazione del piede che perde aderenza, sull’assenza di appoggio, sul vuoto che mi preme nella pancia, nel petto la consapevolezza accelera il battito del cuore, nella gola ho un enorme blocco fatto di parole che faticano a formarsi per l’esagerazione del mio desiderio. E le persone dall’alto sembrano formiche, io vedo per la prima volta l’umanità, vedo il concetto di umanità. Sono in volo grazie al mio desiderio di volare.

«Desidero un fondo su cui camminare, passi spediti…». (Andrea)
«Io minuscola creatura nell’oscurità afferro la fiamma, la stringo tra le mani… Il desiderio può diventare ossessione?». (Caterina)
«Matilde fissava il desiderio dentro la teca di fronte a lei: luminoso, vivido, cangiante…». (Chiara)
«E la magia della luce che tornava era finalmente la risposta alla mia domanda tormentosa… ecco qual è il mio desiderio, è questo, la luce, il mattino…». (Daniela M.)
«Mi sembra un desiderio ecologico, senza emissioni inquinanti, e che potrebbe risolvere anche i problemi di traffico, infatti una volta imparato a volare sarei molto lieto di insegnare ad altri le tecniche di decollo, autonomia, atterraggio». (Davide)
«L’aria un attimo prima dell’applauso […] L’attimo di sospensione prima che l’acqua si trasformi in cascata». (Marilù)
«La luce del sole gli baciò tiepida le palpebre chiuse. Il tepore si scioglieva sulla pelle e colava lento e inevitabile lungo la faccia». (Maksym)
«Storia, geografia, scarpe nuove, vocabolari e vocaboli. Un po’ di paura ce l’ho, ma il desiderio è troppo grande». (Marina)
«È un cammino il desiderio. Non è l’inizio e non è la fine». (Marta)
«Il mio desiderio barcolla ubriaco. Il mio desiderio è come un’altalena, oscilla tra le due facce della luna». (Daniela)

O forse si tratta di vedere in modo diverso ciò che già possediamo. E iniziare a desiderarlo.

Grazie a chi ha partecipato. Grazie a Federica che ci ha nutriti e scaldati con le sue pietanze vegetariane.

T.R.