Da bambino mi chiudevo in un mutismo ostinato. Ero ombroso, irascibile, permaloso. E mia madre lo sapeva. Allora anche lei non parlava, si limitava a guardarmi. E io lo sapevo. Allora mi preparavo alla gara del silenzio, con scorte di pensieri.
Fuori casa era tutta un’altra cosa: ero persino ciarliero. E come tutte le persone controllate, un poco eccessivo. Voce troppo alta, risata troppo squillante, sguardo troppo penetrante.
Ma c’era anche il corpo: un grosso, imponente corpo. Un’altezza inconsueta. Una faccia larga e irsuta. Niente di nobile. Polpa impastata con segale e crusca.
Educatamente grezzo. Elegantemente barbarico.
Quasi un signore rustico.
Tutte cose utili in Aula. Specialmente dalle nostre parti. Cose che fanno tacere pubblici troppo rumorosi; che fanno sorridere giudici troppo annoiati; che fanno sollevare il capo persino a cancellieri imbalsamati. (…)
Non potendo fare teatro, ho fatto l’avvocato. Che un costume l’impone. E impone la voce impostata e il gesto rotondo.

(“Sempre caro” – Marcello Fois)