Dubourg si tormentava per lo stato di Alain e tentava continuamente di porvi rimedio. Alain, nei momenti di speranza, era commosso dall’insistente attenzione dell’amico e avrebbe voluto, nell’occuparsi di se stesso, prenderla ad esempio. Aveva promesso a Dubourg di andare ad abitare da lui in rue Guénégaud, come un detenuto che esca di prigione e voglia farsi una pelle nuova e sviare i propri istinti. Ma Dubourg temeva i pregiudizi dell’amico contro di lui e, invece di attaccarlo frontalmente, si perdeva in precauzioni per non allarmarlo.
« Dormirai qui » insinuò.
La camera era accogliente. Sopra i tetti della Zecca, riceveva molta luce. Piuttosto stretta e molto alta, era tutta dipinta di un bianco crudo. Il tappeto era color crema. Lì sopra spiccavano le legature dei libri, qualche stoffa rustica, dei fiori. Ma tutto era impregnato dell’enigma dolciastro della vita di Dubourg.
« Hai paura di andartene di là? » continuò Dubourg, che vedeva il broncio di Alain.
« Sì ».
Entrò la moglie di Dubourg e interruppe quei timidi approcci. Era una donna alta, magra, dai movimenti languidi, nuda sotto il vestito. Bei capelli, begli occhi, brutti denti. Era accompagnata dalle figlie – la seconda simile alla prima – e da un gatto. Il piccolo gruppo non faceva il minimo rumore. Si diceva infatti che Dubourg avesse sposato questa Fanny per la sua straordinaria attitudine al silenzio e alla posizione orizzontale. “Quando siamo soli, non si sente un rumore in casa. Lei se ne sta in camera sua distesa sul suo divano, io sul mio. Soltanto le bambine stanno in piedi”. C’era da dubitarne, a vederle così indolenti anche loro.

(“Fuoco fatuo” – Pierre Drieu La Rochelle)