Come molti altri, in quel periodo era in preda a una sorta di torpore che non riusciva a definire altrimenti: ma sapeva che quella sensazione era il frutto di emozioni così profonde e intense che non potevano essere riconosciute, perché non era possibile sopportarle. Ciò che sentiva era il peso di una tragedia collettiva, di un orrore e di un dolore così diffusi che le tragedie private e le vicissitudini personali venivano trasferite su un altro piano esistenziale, pur essendo amplificate dalla vastità in cui si sviluppavano, come la tristezza di una lapide solitaria può essere amplificata dal deserto che la circonda.

(“Stoner” – Peter Cameron)