Correvo al cassetto del comodino dove tenevi le tue “gioie”. Pochi anelli, la fede nuziale te l’eri tolta da tempo ché ti strozzava il dito. Collane, tante. Bracciali pure. Quella che indossi nella foto, con il tuo segno zodiacale, non la trovo più. Chissà in quale trasloco è finito. Dicevi «mi adorna» quando la indossavi e percepivo qualcosa di irraggiungibile nella tua voce; era vanità, ma l’avrei capito più avanti. All’epoca mi infastidiva e quel fastidio legato alla vanità me lo porto ancora appresso: non tollero la frivolezza, anzi la condanno. Tutto lavoro la tua vita. Tutta fatica. A lavare e pulire nelle case degli altri, papà stava in officina fino a tardi, casa nostra silenziosa e vuota dopo la scuola. Tornavi che eri stanca e io avevo già fatto i compiti, avevo preparato il sugo, entravi e nemmeno mi guardavi, il tuo passo snervato lungo il corridoio. Quando non c’eri andavo al cassetto delle “gioie” e me le mettevo tutte addosso, mi adornavo pure io, camminavo sulle punte per farmi adulta. Sorridevo alla specchiera, testimone afona del mio travestimento. In quel modo credevo di impossessarmi dell’amore di cui eri così modesta dispensatrice. Eppure ricordo le poche carezze imbarazzate quando stavo male. L’odore di varechina che emanava da te mentre mi mettevi il termometro gelido sotto l’ascella. «Statti ferma», intimavi con quella nota di rimprovero che caratterizzava ogni tua premura. Rimanevi immobile sulla sedia e mi fissavi con severità. «Tieni 38, mannaggia a te!». Riponevi il termometro nella custodia, mi sistemavi la coperta, gesti svelti e accorti. Ma non te ne andavi. Continuavi a stare seduta e a fissarmi.

T.R.