Terzo incontro (26 marzo 2015)

Ore 9.15: i ragazzi della VF della scuola elementare Rinnovata Pizzigoni di Milano sono alle prese con il Pi greco. Appena entro in aula mi salutano entusiasti, l’ultima volta che ci siamo visti era il 22 gennaio.
I ragazzi devono prima terminare l’esercizio con il Pi greco ma scalpitano nei loro angusti banchi e di lì a poco, con il permesso di Elena, mi consegnano il regalo, ovvero il libro di Stefano Benni, “Stranalandia”, con tutte le loro firme. L’emozione dei ragazzi è contagiosa. Dentro il libro ci trovo anche un segnalibro disegnato da Kevin.
Poi, alla spicciolata, ognuno torna al suo banco, al suo posto. Siedono un po’ composti, un po’ scomposti, è il loro modo di “essere al loro posto”; di tanto in tanto alzano la testa per vedere cosa faccio. 
Intanto Elena mi consegna i fumetti che i ragazzi hanno realizzato su “Zero e Zerolandia”. Sono miei, li posso tenere. Un altro regalo da parte di questi esseri curiosi e scomposti.

Quando l’esercizio sul Pi greco termina tocca a me.
Chiedo loro: “cosa avete imparato da questo corso?”
Le risposte arrivano le une sulle altre.
“A giocare con le parole.”
“Che con le parole si può giocare.”
“A sbagliare con le parole.”
“Scrivere e leggere tanto è divertente.”
“Perché?” domando.
“Leggere è bello perché puoi immaginarti le cose nella tua testa. Puoi immaginarti come sarà… non è come nei film.”
“Leggere emoziona.”
“Come nasce una storia, secondo voi?”
“Una storia può nascere dalla realtà.”
“Da un disegno.” (Così è nata la storia di Zero e il pianeta Zerolandia).
“Dalla fantasia.”
I ragazzi, senza saperlo, stanno formulando un metodo ma i metodi, a mio parere, puzzano un po’ e quindi lascio che la loro voce copra tutte le voci del mondo, compreso il suono delle sirene della città.
Dico: “Facciamo un gioco. Cosa succederebbe se…”
In coro: “L’abbiamo già fatto!”
Elena mi dice di aver loro assegnato un tema con questa traccia qualche tempo fa.
Ribatto: “Cosa accadrebbe se foste il vostro compagno di banco?”
Un tripudio di “Nooooo”, “Che schifo”, “Ma proprio il compagno di banco o un altro della classe?”
Non ci sono regole, così dico di fare come preferiscono. Nella classe ci sono un paio di ragazzi “problematici” e qualcuno fa notare che non vorrebbe essere mai uno di questi.
“Perché?” – oggi sono capricciosa con tutti questi perché!
Non ci sono risposte e così scatta una nuova sfida.
“E se foste proprio lui?”
Come sempre, all’istintuale e rumoroso rifiuto iniziale fa seguito una riflessiva e tacita accettazione.
Eccoli dunque all’opera.
Chiedono i fogli alla maestra e iniziano a scrivere.
Intanto Elena mi porge i temi dei ragazzi, quelli del “Cosa accadrebbe se…”.
Mi colpisce il tema di Meg che s’immagina un orologio da casa. Ne trascrivo qualche riga: «… Mi ero guardata allo specchio e mi ero ritrovata rotonda, piccola e con delle braccia e gambe piccolissime. Poi avevo capito che non era il letto che era diventato grande ma ero io che ero diventata piccola.» E ancora, più avanti: «… Quando sono diventata le 6:15 era molto difficile stare ferma…»
Mi viene in mente Kafka e il suo scarafaggio: «Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto». (“La metamorfosi”)
Ma il tempo è poco e i ragazzi vogliono leggere i loro scritti.
La maggior parte di loro si immedesima in K., uno dei due ragazzi “problematici”. Gli altri seguono la traccia iniziale, quella del compagno di banco. Il risultato è sorprendente e spietato. I ragazzi usano termini quali…“se fossi lui mi suiciderei oppure mi brucerei”, immagini potenti ma che nella realtà dei fatti non sono poi così potenti. Si tratta di uno slang, di un linguaggio mutuato dai video giochi, come mi fa notare l’insegnante di sostegno di K.
Domando: “Qualcuno di voi si è offeso?”
“Sì!”
“Come mai?”
“Perché io non sono disordinato!” (S.)
“Perché io non sono depresso!” (G.)
G. ha le braccia conserte, serrate quasi. Parla poco, è sempre un po’ triste. Gli dico: “Lo sai che il linguaggio del corpo dice più di mille parole?”, mi guarda stranito. Lo farei anche io. Io penserei, ma che vuole questa che viene qui ogni tanto? Mica è la maestra! Mica è mia madre!
“Le braccia chiuse significano chiusura. Le braccia aperte significano voliamo insieme… Ti va di volare?” E allargo le braccia.
Tutti mi imitano, allargano le braccia, aprono il petto al volo.
Tutti tranne G.
Interviene Elena; con voce dolce cerchiamo di far capire loro che non bisogna offendersi, bensì ascoltare quello che hanno da dire gli altri.
Ho imparato, ma molto tardi, che noi, per fortuna o purtroppo, siamo anche l’idea che si fanno gli altri di noi. E che, per fortuna o purtroppo, dobbiamo farci i conti.
“Ascoltare gli altri può aiutarci a migliorare”, dice qualcuno.
“Quello che pensano gli altri può esserci d’aiuto”, dicono in tanti.
Passiamo quindi alla lettura di alcuni brani di “Stranalandia”; i ragazzi mi dicono di averlo letto in II elementare. Leggiamo il “Leometra”, “Il topo cagone” (il topo cagone piace a tutti)… ma poi il tempo corre e non c’è più tempo per le letture che ho portato io. Non mi offendo, anzi. Fa bene ascoltare gli altri, ogni tanto.

Prima di andar via consiglio di leggere “Lo stralisco” di Roberto Piumini – un libro che mi ha commosso e che consiglio a tutti, grandi e piccini, belli e bruttini – e leggo ad alta voce questa poesia di Gianni Rodari:

Una scuola grande come il mondo

C’è una scuola grande come il mondo.
Ci insegnano maestri, professori,
avvocati, muratori,
televisori, giornali,
cartelli stradali,
il sole, i temporali, le stelle.
Ci sono lezioni facili
e lezioni difficili,
brutte, belle e così così.
Ci si impara a parlare, a giocare,
a dormire, a svegliarsi,
a voler bene e perfino
ad arrabbiarsi.
Ci sono esami tutti i momenti,
ma non ci sono ripetenti:
nessuno può fermarsi a dieci anni,
a quindici, a venti,
e riposare un pochino.
Di imparare non si finisce mai,
e quel che non si sa
è sempre più importante
di quel che si sa già.
Questa scuola è il mondo intero
quanto è grosso:
apri gli occhi e anche tu sarai promosso
(Gianni Rodari)

Poscritto: ho usato la parola “problematico” in riferimento a quei due ragazzi della VF. “Problematico” nel senso di “non normale”. Normale, in verità, è una parola di cui mi sfugge il significato. Non so più cos’è normale da un bel po’ e a maggior ragione non posso sapere cos’è problematico. Ma una differenza tra quei due ragazzi e gli altri c’è ed è tangibile. Sono più lenti nell’apprendimento, sono più distratti, più rumorosi e quindi vanno seguiti in maniera diversa. Sarà la vita che li aiuterà a trovare la loro strada. Per ora, nella scuola, c’è la maestra Elena e tutti gli altri insegnanti che si prendono cura di loro. E poi ci sono i loro compagni di classe, quelli che dicono “piuttosto mi suiciderei, piuttosto mi brucerei…” ma che poi si abbracciano e si tengono per mano quando, in fila per due, scendono le scale per andare in mensa. Ecco, questo per me è normale.

T.R.