Guglielmo è quello a destra che pizzica il mandolino. Lo suonava come una divinità. La forma del mandolino, diceva, è quello di una lacrima. Noi ridevamo, all’epoca, ma oggi, quando ripenso alla foto, non rido più. Guglielmo, di noi quattro, era quello “futuristico”, così lo definiva Vincenzo, “proiettato nel futuro”, diceva. E poi aggiungeva, “con quella sua aria antica ci seppellirà a tutti quanti”. E invece il primo a sbiadire è stato Guglielmo, seguito, nemmeno un anno dopo, da Vincenzo. Io e Luciano teniamo la schiena rivolta al fotografo, guardiamo il golfo di Procida da Palazzo d’Avalos. Questa foto ci ricorda in gita di piacere, dopo il diploma al Conservatorio. Luciano oggi è primo pianoforte al Bellini. Io ho lasciato perdere con il clarinetto per insegnare in una scuola media del mio quartiere. E quando ripenso a noi quattro, e ci ripenso spesso ultimamente, mi prende uno spasmo dentro al petto, un insulto, come lo definisce il primario. L’infermiera dice che mi devo tranquillizzare, che non serve che mi agito, tanto quello che c’era da fare è stato fatto. Poi mi mette una mano sulla spalla e punta due occhi pietosi dentro ai miei. Cerca qualche forma di complicità o forse di speranza. Non reggo né l’una né l’altra. Per questo chiudo gli occhi nel buio del tempo. E sto.

T.R.