Riflessione sulla scrittura #4

E il pensiero va a queste due strofe. La prima di Giorgio Caproni, tratta da “Sei ricordo d’estate”:
«[…] strano nella frescura un suono
da sonagliere randagie
di cavalle in sudore».

La seconda di Lalla Romano:
«[…] S’impuntano gli zoccoli esitanti
sul nudo asfalto. Dalle groppe fuma
lo sforzo dei cavalli».

Il suono delle sonagliere, quello degli zoccoli esitanti sul nudo asfalto. Le groppe fumanti per lo sforzo, il sudore.
I cavalli intrasentiti di lontano sono evocati con immagini ineccepibili.
Per come la vedo io, si tratta degli stessi cavalli, uditi dai due poeti in momenti diversi e con diverso agito nella memoria. O almeno così mi piace pensare. Le sonagliere randagie il cui suono, definito strano*, è dilatato dalla frescura. Il nudo asfalto che il suono attutisce, anche per via dell’esitazione. Unica differenza, il femminile delle cavalle di Caproni in luogo del maschile sovraesteso di Romano.
Qui emerge, per me, il potere “produttivo” della pŏēsis (dal greco ποίησις, composto di ποιέω- fare, produrre) che, come nei libri pop-up, chiama fuori dalla pagina l’architettura tridimensionale del suono cosicché noi lo vediamo. Vediamo i cavalli (o le cavalle che siano), le groppe fumanti, la strada di nudo asfalto, le sonagliere randagie e siamo lì, in quel momento immaginifico, lontanissimo.
E tanto caro da parer nostro.

(*Strano, cioè estraneo all’attimo, e per questo memorabile?)

T.R.