Meursault, il protagonista de “Lo straniero” di Albert Camus, viene considerato indifferente, forse per la scarsa empatia. Ma indifferente a me non pare, attento com’è alle cose del mondo. Al funerale di sua madre, che apre il romanzo, nota: «Quasi tutte le donne portavano un grembiale e il cordone che stringeva loro la vita faceva risaltare ancor di più il loro ventre rotondo. Non avevo mai osservato prima d’allora fino a qual punto le vecchie donne possano avere la pancia».
E in un altro momento, Meursault siede al balcone di casa sua che «dà sulla via principale del quartiere», e nota come «non c’erano più, nella strada, che i bottegai e i gatti. Il cielo era puro ma senza splendore, sopra i fichidindia ai lati della strada. Sul marciapiede di fronte, il tabaccaio ha tirato fuori una sedia, l’ha sistemata davanti alla sua porta, e ci si è messo sopra a cavalcioni appoggiandosi con le mani allo schienale. I tram, poco prima gremiti, erano quasi vuoti. Nel piccolo caffè “Da Pierrot”, che è di fronte al tabaccaio, il cameriere scopava della segatura nella sala deserta. Era veramente domenica».
Riguardo all’apatia, di cui pure lo si accusa, quando Maria, la sua “amante”, gli domanda se l’ama… «Le ho risposto che era una cosa che non significava nulla, ma che mi pareva di no». E ancora: «La sera Maria è venuta a prendermi e mi ha domandato se volevo sposarla. Le ho detto che la cosa mi era indifferente, e che avremmo potuto farlo se lei voleva […]». Meursault non ama Maria. «Allora si è domandata se lei mi amava, e io, su questo punto, non potevo saperne nulla». E continua: «[…] voleva soltanto sapere se avrei accettato la stessa proposta se mi fosse venuta da un’altra donna… […] Io ho detto “Naturalmente.” […] Dopo un istante di silenzio, ha mormorato che ero molto strambo, che certo lei mi amava a causa di questo, ma che forse un giorno le avrei fatto schifo per la stessa ragione. Siccome io tacevo, non avendo niente da dire, mi ha preso il braccio sorridendo e ha detto che voleva sposarmi».
Al termine della prima parte del romanzo Meursault uccide un uomo. Tutta la seconda e ultima parte riguarda il processo e la condanna a morte.
Nei mesi di detenzione Meursault impara a ricordare: «Nell’oscurità della mia prigione semovente ho ritrovato a uno a uno, come dal fondo della mia stanchezza, tutti i rumori familiari di una città che amavo e di una certa ora in cui mi avveniva di sentirmi contento».
E di fronte all’amico Celeste che depone in tribunale: «Mi è sembrato che i suoi occhi fossero lucidi e che le labbra gli tremassero. Aveva l’aria di chiedermi che cosa poteva fare ancora. Quanto a me, non ho detto nulla, non ho fatto alcun gesto, ma è stata la prima volta nella mia vita che ho avuto il desiderio di abbracciare un uomo».
Dall’avvocato difensore, al giudice istruttore, al prete… sembra che tutti sappiano com’è Meursault. Il giudice istruttore […] «d’improvviso s’è alzato, ha attraversato a passi lunghi la stanza e ha aperto un cassetto di un mobile-archivio. È tornato verso di me brandendo un crocefisso d’argento. E con una voce tutta mutata, quasi tremante, ha gridato: “E questo lo conosce, lei?”».
Verso la fine il prete si palesa nella sua cella. «Voleva ancora parlarmi di Dio, ma mi sono avvicinato a lui e ho cercato di spiegargli per l’ultima volta che mi restava soltanto poco tempo. Non volevo sprecarlo con Dio».
Meursault non vuole parlare con il prete. Vuole solo sapere se si può sfuggire alla meccanica. Se c’è mai stato un condannato che sia scomparso prima dell’esecuzione. Si ricorda della foto di un’esecuzione pubblicata da un giornale, in cui «la macchina [la ghigliottina] è allo stesso livello dell’uomo che vi si avvia». Questo gli fa dire che non v’è ascesa al patibolo e che «[…] si era uccisi in maniera discreta, con un po’ di vergogna e molta precisione». Non so com’è, ma provo compassione per Meursault. L’apatia, l’indifferenza non sono colpe, eppure la società le condanna. Prima ancora del delitto, il protagonista del romanzo è accusato di essere com’è. Inclassificabile. Non si pente del suo gesto, né se ne discolpa. Non è disperato. È lucido. Presente. Accetta ciò che è, aprendosi alla dolce indifferenza del mondo, così simile a lui.
Attende ogni giorno in bilico tra la speranza della grazia e l’esecuzione della pena.
Attende, sentendo di essere stato felice.
Tutto qui.

T.R.