E così mi son tagliata questa mano,
sporca per il troppo toccare.
E dopo la mano, il naso,
saturo di odori.
E la testa,
colma di astrazioni.
Poi anche un piede,
stanco del sempre andare
– ma senza più la testa,
lo confesso, non me ne sono accorta.
E ho potuto finalmente accarezzare il vento,
annusare un fiocco di neve,
ragionare con logica splendente,
attraversare tutti i passi di montagna
– non stanca, non satura, men che meno colma –
e quasi non pativo
d’esser frantumata.
E a chi mi diceva: «Povera te!»,
nulla replicavo,
poiché la bocca mi s’era zittita
dentro il fitto vociare del mondo.
Poi una notte mi son decisa
a ricompormi.
Per la quiete domestica e per le fusa del gatto.
E m’ha preso una danza
dell’intero mio corpo
– volteggi, saltelli –
senza peso e contorno,
e così ancora adesso; nel buio che nasconde
questa mia impavida danza
ritardo il momento di desiderarmi totale
– a me stessa e al mondo.

T.R.