Riflessione estemporanea

Tutti ci interroghiamo su tutto. Sullo scibile (letteralmente che si può sapere, conoscere) e sul plausibile (degno di plauso, approvazione). Meno ci interroghiamo sull’impossibile perché lo escludiamo aprioristicamente. L’impossibile, il non realizzabile, si usa osservarlo da dietro lenti protettive, diffidenti talvolta. Ciò che si può conoscere ci interessa nella misura in cui riusciamo a renderlo esercizio del nostro potere. In qualche modo a misurarlo (non a caso diciamo «prendere le misure» quando meditiamo, valutandola, su una situazione o su una persona).
Il plausibile non sempre ci interessa perché – come per l’impossibile – nutriamo verso di esso un buon numero di preconcetti. Il plausibile diventa esercizio del nostro potere nel momento in cui cade il velo del preconcetto; e come cade il velo del preconcetto? Quando, approssimandoci a esso e toccando con mano, sentiamo un calore amico, una inclinazione verso la nostra storia. Il plausibile non toccato con mano rimane uno spauracchio che, a distanza, ci rimprovera un certo nostro limite. E allora due strade si aprono davanti a noi. L’ostinazione a negare e l’attitudine ad accettare.

Dell’accettare

Consideriamo l’accettare nella sua accezione di impegno. Ci impegniamo ad accogliere il plausibile che abbiamo toccato con mano e sentito amico, ci impegniamo a farlo nostro e a trasformare una parte di noi. Cambia, così, non solo il nostro modo di agire, cambia l’intero mondo delle nostre azioni e relazioni. Parimenti può capitare, e in effetti capita, che di fronte a ciò che conosciamo o abbiamo conosciuto, ci scopriamo estranei. Alla base dei due processi c’è uno scarto. Uno di avvicinamento (al plausibile), uno di allontanamento (dal conosciuto). Nell’allontanarci, nel «mettere distanza», come si usa dire, scorgiamo dettagli che non siamo stati in grado di vedere quando vivevamo in pieno quel momento.
Ovvio, direte voi, c’eravamo dentro! Sì, certo, è ovvio.
Tuttavia, nell’allontanarci operiamo un duplice distanziamento; dal fatto o momento in sé, con tutte le sue interconnessioni, e da noi stessi. «Chi eravamo?», ci domandiamo. «Come abbiamo fatto a…?» Il vissuto diventa in qualche modo non più plausibile, innescando nella realtà un turbine per cui, a ogni passo in avanti segue una retrocessione che a sua volta innesca uno stallo che potremmo definire universale in quanto compartecipato da tutti coloro che gravitano intorno a noi. E a coloro che ci hanno frequentati in quei “momenti stallo” non riusciremo più a tributare riconoscimento alcuno, a meno che la frequentazione sia tuttora integrata nella nostra vita come dato di continuità. I dati di continuità, infatti, garantiscono e la legittimità e la reiterazione della nostra esistenza tangibile. Senza, vivremmo come nebulose, impalpabili e incoerenti.
Buoni solo per confondere le idee.

T.R.