Chi si sia chiesto in cuore, sottilmente, cosa significhi sentirsi a casa, o di che materia sia fatta – se abbia tetto-cielo o letto-cura, pavimento-mani o camino-petto -; chi abbia continuato nel tempo a domandarsi se sia il posto in cui si nasce, quello da cui si fugge, quello a cui comunque si finisce per desiderare di tornare; chi abbia intuito, sottovoce, che esiste, esiste, una casa – pareti d’aria, sedute di mani – dentro ogni incontro autentico, una casa in seno all’altro, dentro i palmi degli occhi di chi riconosca chi ha di fronte – o accanto, accanto, in un sentire comune, una solitudine sorella – e, mostrandogli la porta e facendo cenno di entrare, gli parli in silenzio…

(“Ave Maria piena di rabbia” – Gloria Riggio)