
Immaginare è un verbo affabulatore, latore di favole. La mente crea le immagini, la memoria le associa per somiglianza. Da questa associazione nascono i ricordi, i significati primordiali, simulacri di tanti avvenimenti a venire. Si pensa che l’immaginazione riguardi il futuro e quando capita di fare il gioco dell’immaginare il mondo e sé stessi tra due tre cinque anni, è la fantasia ad agire con i suoi artefatti alchemici e mistificatori. Ma chi immagina non crea, trova. Per cui ciò che può davvero immaginarsi è il passato, non il futuro, il passato con i suoi coni d’ombra, le sue parsimoniose agnizioni, le sue rare epifanie. Chiamiamo sogno ciò che abbiamo vissuto, agogniamo ciò che già possediamo. Nel raccontarci ci immaginiamo, diventiamo favola. Un bosco, un lupo, una casetta da raggiungere. E guarda un po’! Finiamo sempre per salvarci, anche se ci spaventiamo a morte. Finiamo sempre per vivere felici e contenti, ma senza davvero saperlo. È tutto un ambire, un girarci intorno. È, nei fatti, un gran girotondo, questo immaginare noi stessi e il mondo.
T.R.
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