Sul termine dei miei quotidiani vagabondaggi per le vie della città straniera, mi arrestavo spesso in una località strana e dolce e selvaggia, cui si giungeva a un tratto, superato un ponte. Un fiumicello dalle acque calme, d’un turchino cupo a larghi e irrequieti anelli neri, scendeva molleggiando e mormorando tra due sponde di mirto. Sul leggero pendio di quelle rive nereggiava snello qualche cipresso. In fondo, dove il fiume faceva gomito, spiccavano sul cielo d’un azzurro raro, quasi tra verde e nero, i merli candidi d’una strana casa. Su questa pendeva, anello immacolato, acceso, intoccabile, quasi sanguinante e tristo, una luna al suo primo quarto.

(“Angelici dolori” – Anna Maria Ortese)