Acqua gialla io me la ricordo. Non acqua di fiume né acqua di mare. Un’acqua tonda di luce.
La tenda ricamata, i mattoni lisci lisci sul pavimento, le lire sul registro preciso […] il verde verde fuori sopra sotto lontano.
In lontananza una vaga speranza. Lì vicino una nuvola gialla un poco sotto la spalla di un amico più sincero non si può.
Rosso. Un colore che odio: mi ricorda la rabbia la collera la prevaricazione […] E poi c’è il sole del tramonto, su al valico, con la persona che amo.
La montagna è la grande metafora della mia vita. Passo lento ma costante, grandi soste, spesse volte in luoghi bui altre volte circondata da bellezza da togliere il fiato.
Mi piace tanto la primavera perché la natura si risveglia e il colore verde domina i nostri paesaggi.
L’azzurro cristallino e indifferente del cielo terminava con la sottile linea di inizio della cascata. Quel tratto sottile come una lama segnava l’orlo del caos.

Il testo che avete appena letto è la miscela di alcune frasi tratte dagli scritti dei partecipanti a “Il passo e la penna”, escursione con Palestra di scrittura di domenica 18 maggio 2025. Tra questi anche un bambino di 10 anni. Ho chiesto di scrivere su un cartoncino una parola – prima di iniziare l’escursione – e su un altro, un colore, in un secondo momento della stessa.
Le due parole sono state pescate a caso, a caso distribuite. E i soliti venti minuti hanno iniziato a scorrere. L’idea mi è venuta dagli “Scritti autobiografici” di Herman Hesse, in particolare da questo passaggio: «Negli anni della mia prima giovinezza sono spesso salito da solo su qualche cima d’alta montagna, e ho fissato a lungo lo sguardo all’orizzonte lontano, ai vapori trasfiguranti delle ultime dolci alture dietro le quali s’affondava il mondo in un’indefinita azzurra bellezza. Tutto l’amore della mia fresca anima bramosa confluiva in una grande nostalgia, e gli occhi, che con sguardo incantato bevevano la mite lontana azzurrità, mi s’inumidivano…»
Dacché conduco le Palestre di scrittura ho capito quanto segue: che il giudizio mortifica la creatività e che l’ascolto la vivifica. Ed ecco, allora, che il miracolo della scrittura si rinnova di volta in volta permeando di sé la vita, per poco spazio che occupi, per poco che riesca a dire. Miracolo nel senso etimologico di cosa meravigliosa.
È come la facciata di un palazzo, la vita; un fuori – apparentemente immutabile, maculato, sbilenco, scrostato, fiorito, segnato da fili – che contiene un dentro, non visto. Scrivere è spalancare la finestra.
«[…] La chiarezza e la semplicità, quei pregi fondamentali d’ogni qualunque scrittura», dice Leopardi nello “Zibaldone di pensieri”, trovano in questi testi, e nel miracolo che di volta in volta si compie, respiro e compiutezza. Lasciando intuire la possibilità di nuove incoercibili verità.
Alla prossima.

T.R.