Riflessione sulla scrittura #5

Nel leggere questi due incipit mi è sorta un’idea. Ve la racconto così…

«A quattro anni, dietro ai miei giochi c’era la caverna primordiale (e non quello che i mistici freudiani potrebbero supporre). Un grande divano rivestito di cretonne, bianco a trifogli neri, in un salotto di Vyra affiora alla mia mente come il prodotto di qualche massiccio sconvolgimento geologico occorso prima dell’inizio della storia. La storia ha inizio […] non lontano da un’estremità di quel divano, dove una grande pianta di ortensia, con alcune infiorescenze celeste pallido e altre verdastre, cela per metà, in un angolo della stanza, il piedistallo di un busto marmoreo di Diana». (“Parla, ricordo” – Nabokov)

«Sono nata sotto un tavolino. Mi ci ero nascosta perché il portone aveva sbattuto, dunque lo zio rientrava. Lo zio aveva detto: “Rimandala da sua madre, non vedi che ci muore in casa?” Ambiente non c’era intorno, visi neppure, solo quella voce. Madre, muore, nessun significato, ma rimandala sì, rimandala voleva dire mettila fuori della porta. Rimandala voleva dire mettermi fuori del portone e richiuderlo». (“Giù la piazza non c’è nessuno” – Dolores Prato)

Da una parte un divano foderato di cretonne, dall’altra un tavolino. Da una parte […] «una grande pianta di ortensia, con alcune infiorescenze celeste pallido e altre verdastre», dall’altra […] «ambiente non c’era intorno».

Nabokov descrive lucidamente l’ambiente ove la sua storia ha inizio. Prato, invece, smarrisce il contesto per aggrapparsi a una parola: “Rimandala”. Nella stanza di Nabokov vi sono allegorie, simboli, statue. In quella di Prato, voci.

Nabokov parla, in un altro momento del libro, di «disegni tematici», i quali, una volta individuati, dovrebbero rappresentare il fine di ogni autobiografia.

I disegni tematici, secondo la mia interpretazione, sono i fili tesi tra i ricordi sparsi nel tempo – il tempo della memoria, non del calendario – e che, retrospettivamente, imbastiscono una ragnatela di senso e significato coerenti.

Su questi disegni è impresso, tramite la narrazione, il sugello del mito, in quanto la memoria rende unici i luoghi e i dettagli dell’infanzia, fissandoli nella formaldeide dell’irripetibilità. Dice Pavese in “Raccontare è come ballare”: «Nella realtà naturale nessun gesto e nessun luogo vale più di un altro. Nell’agire mitico (simbolico) è invece tutta una gerarchia».

La memoria inventa, nel senso etimologico di invenire, “trovare”. Setaccia gli elementi che la compongono e trattiene quelli che meglio rispondono al disegno tematico. Lo fa istintivamente. A guidarla è il bisogno di comprendere – sia nel senso di racchiudere, sia in quello di rendersi ragione di ciò che è accaduto. Attraverso la gerarchia si costruisce la narrazione mitica, così che il particolare tracima nell’universale. Supera l’argine e inonda la campagna circostante. Nutrendola e impregnando di sé ciò che incontra. Travolgendolo, anche. Cambiandone la fisionomia. Operando una trasformazione.
E affrancando il cuore.

T.R.