A quattro anni, dietro ai miei giochi c’era la caverna primordiale (e non quello che i mistici freudiani potrebbero supporre). Un grande divano rivestito di cretonne, bianco a trifogli neri, in un salotto di Vyra affiora alla mia mente come il prodotto di qualche massiccio sconvolgimento geologico occorso prima dell’inizio della storia. La storia ha inizio […] non lontano da un’estremità di quel divano, dove una grande pianta di ortensia, con alcune infiorescenze celeste pallido e altre verdastre, cela per metà, in un angolo della stanza, il piedistallo di un busto marmoreo di Diana. Sulla parete contro cui si staglia il divano, una grigia incisione con cornice d’ebano segna un’altra fase storica: l’immagine di una di quelle battaglie napoleoniche in cui i veri avversari sono l’episodico e l’allegorico, e dove, raggruppati insieme sullo stesso piano visivo, troviamo un tamburino ferito, un cavallo morto, alcuni trofei, un soldato sul punto di infilzarne un altro con la baionetta, e l’invulnerabile imperatore in posa tra i suoi generali nel mezzo della mischia pietrificata.

(“Parla, ricordo” – Vladimir Nabokov)