
Il traduttore, mi pare, è un lavoro che richiede delle doti che hanno qualcosa del prestigiatore, dell’illusionista, del traffichino, quando non del baro, del contrabbandiere, del sofisticatore: gente che ha la necessità di scomparire, di occultarsi, di fare come il diavolo e convincere tutti di non esistere. L’aspirazione alla trasparenza, al vuoto, all’annichilimento, al riassorbimento all’interno della parola e del suo suono dovrebbe essere la vocazione ultima di ogni traduttore: il monaco zen del lavoro editoriale.
(“L’idiota di famiglia” – Dario Ferrari)
Immaginare è un verbo affabulatore, latore di favole. La mente crea le immagini...
Il sole saliva rapido nell'azzurro, il treno correva veloce sulle rotaie...
Ci siamo fermate una di fronte all'altra, così sole e vicine, io immersa fino al…
Le nostre invenzioni tendono a essere graziosi giocattoli che distraggono la nostra attenzione dalle cose…
La guardo e subito sento una fitta di dolore per averla persa, e pure un…