
Era un maschio. Ogni volta che nei paraggi c’era una cagnetta si eccitava e diventava ingovernabile, e con una costanza degna di Pavlov i padroni lo picchiavano. Le cose sono andate avanti fino a quando il povero cane non ha perso la bussola. Quando sentiva l’odore di una femmina, si metteva a girare in tondo per il giardino con le orecchie basse e la coda tra le zampe, uggiolando e cercando di nascondersi.
David fa una pausa. – Non vedo il nesso, – dice Lucy. Già, qual è il nesso?
– C’era qualcosa di ignobile e disperante in quello spettacolo. Si può punire un cane perché si è mangiato una pantofola. In questo caso il cane accetta la punizione: botte in cambio della soddisfazione di masticarsi la pantofola. Ma il desiderio è tutta un’altra storia. Nessun animale può considerare giusta una punizione perché ha seguito i suoi istinti.
– Quindi ai maschi dev’essere permesso di seguire i loro istinti senza alcun controllo? È questa la morale?
– No, non è questa. La cosa davvero ignobile era che il povero cane aveva cominciato a odiare la sua stessa natura. Non aveva più bisogno di essere picchiato. Era pronto ad autopunirsi. A quel punto sarebbe stato meglio abbatterlo.
(“Vergogna” – J.M. Coetzee)
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