Con le parole è un po’ come con le polveri sottili: penetrano nel nostro organismo senza che ce ne accorgiamo, e si comportano e agiscono in modo subdolo, con la doppiezza che è propria della loro natura, intendo delle parole; e così, sottilmente, siamo penetrati e, un respiro dopo l’altro, letteralmente invasi da queste polveri sottili sonore che ci vengono soffiate nelle orecchie in forma di parole, ma spesso e anche volentieri sbraitate addosso tutti i santi giorni in modo antistrofico a ogni occasione e con tutti i mezzi, così che, senza accorgercene, ci ritroviamo rintronati, intontiti, a parlare e a pensare di cose frivole e addirittura inesistenti col massimo interesse, e di cose serie e magari somme colla maggiore freddezza, condizione di idiotismo che molti accettano con gioia, tanto da rimanere felici di quella che si potrebbe chiamare, con Kierkegaard, «la mania urlante di una superiore pazzia, il cui sintomo è l’urlo convulso, e le parole sono: era, epoca, era ed epoca, epoca ed era, sistema». Progresso, sviluppo, progresso e sviluppo, sviluppo e progresso, sistema, eccellenza…

(“Tristissimi giardini” – Vitaliano Trevisan)