
Domenica 1o novembre, durante l’ultimo appuntamento della rassegna “InterValli. Sei cammini tra le valli del Potenza, Esino, Musone”, ci siamo ritrovati a Treia. Abbiamo visitato il “Centro Studi Dolores Prato” con la guida gentile di Liliana Palmieri. Poi ci siamo spostati a San Lorenzo e da lì abbiamo intrapreso il Cammino dei Cappuccini fino all’Eremo di San Michele Arcangelo in Avenale. Con noi il poeta Riccardo Socci, che ci ha letto alcune sue poesie, altre di Mario Benedetti e di Philip Larkin. Ci siamo fermati in una piccola radura, per riposare e rifocillarci. Ho quindi letto l’incipit di “Giù la piazza non c’è nessuno” della Prato: «Sono nata sotto un tavolino. Mi ci ero nascosta perché il portone aveva sbattuto, dunque lo zio rientrava. Lo zio aveva detto: “Rimandala a sua madre, non vedi che ci muore in casa?”». Lo reputo uno degli migliori mai scritti.
È scarno e totale; è dire con voce e paura; è nascere per la prima volta.
Ci siamo soffermati sulla potenza evocativa delle parole di altri brani del libro – «il rumore dei piedi nudi sulle pietre parevano schiaffi» – sulla loro liricità – «incerto, passeggero tremolìo di lampeggiamenti». Sull’infanzia quale misura del tempo profondo, memoria preistorica e viva.
Riccardo ha preso la parola declamando la poesia “Fili” di Philip Larkin:
«Le praterie più ampie hanno recinzioni elettrificate,
perché sebbene i vecchi bovini sappiano
che non devono allontanarsi, altrove
i giovani manzi fiutano sempre
acqua più pura che qui. Oltre i fili
li porta a farsi male contro i fili
la cui violenza trita-muscoli non dà tregua.
I giovani manzi diventano
vecchi bovini da quel giorno,
confini elettrici ai loro sensi illimitati».
Ma, come avremmo scoperto più avanti, “Che cos’è la solitudine” di Mario Benedetti ha agito dentro con maggiore incisività.
Eccone un estratto: «La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande».
Abbiamo ripreso il cammino e dopo una salita ripida siamo giunti all’Eremo. Abbiamo mangiato, poi visitato la chiesa sotto la guida di Massimiliano e infine dedicati alla palestra di scrittura. Carla del Museo di Pioraco ci ha regalato dei fogli filigranati bellissimi. Noi abbiamo fornito un supporto rigido su cui scrivere e una penna. Il resto è avvenuto spontaneamente. Ho chiesto di non rileggere né correggere, ma di scrivere di getto. Assecondando il primo pensiero, come consiglia Natalie Goldberg.
Ho avviato il cronometro, ma sono bastati meno di venti minuti.
E ciò che è emerso e questo:
«L’ordine che impone al paesaggio
il fiume: la superficie increspata
dal vento, le anse irregolari,
un tronco che galleggia.
Ma le persone, quale ordine
le persone?»
(Estratto dalla poesia ‘Pisa-Firenze’ contenuta ne “Lo stato della materia”, Riccardo)
«… tutti seduti per terra in quella natura che mostrava tutti i suoi colori, tutti i suoi odori e le sue forme che davano voce ai pensieri. E poi, come se le parole lette entrassero in me che mi vedeva come la protagonista dell’articolo di giornale, stesa, trafitta da una spada, lancia che si è voluta conficcare nel petto. […] Ma poi la mente si collega e spergiura. Non si può fare una cosa del genere, troppo bello vivere…» (Silvia)
«Eppure sono cose semplici, ascoltare, osservare, sentire, toccare, camminare, parlare, pensare, ridere, ricordare, riflettere, vivere. È una cosa forse facile, bella». (Marta)
«Mi sono svegliato in una mattina grigia, di malumore, per andare a Treia. Dopo un piacevole giro in ascensore, una visita inaspettata al Teatro e poi al museo di Dolores Prato, la giornata è svoltata con la visita mozzafiato della piazza, a seguire con il tramezzino stratosferico al Grottino». (Alessandro, 10 anni)
«In questa giornata fatta soltanto di natura, paesaggi, parole e pensieri e amicizia, sento la necessità di ritrovare l’Altrove, quello di questo biglietto*, come questo di oggi che diventa un abbraccio, una carezza, che ogni tanto sento di dover meritare anche io. Rimane la mia gratitudine alla vita, per i giorni sì e per i giorni no, nella speranza che vivo ogni giorno che quei desideri e quei problemi di cui sopra siano inseriti dentro una vita meno effimera ma piena di cose sempre più belle e di persone sempre più speciali come oggi. Auguri a me». (Giuseppe)
«Io non ho scritto un pensiero perché la mia testa fa schemi. Il mio schema parte da una riflessione che ho fatto rispetto al racconto dell’eremita che ha trascorso 10 anni nella grotta [nei pressi dell’Eremo di San Michele Arcangelo in Avenale, ndr] e ho pensato alla sua visione del tempo, del riempire il tempo, che è completamente diversa da quella di ciascuno di noi, diversa dalle persone che vivevano qua centinaia o migliaia di anni fa, e che è diversa dai tempi della natura che ci circonda. Forse il fatto di percepire o sintonizzare i tempi dell’altro o della natura ci permette magari di fare in modo che questi tempi scorrano all’unisono». (Stefano)
Lo schema di Stefano
«Era stata una settimana furiosa, una sola?, di dubbi che si sommavano ai dubbi, di una rabbia antica che avevo creduto finita e che invece tornava, sbatteva, apriva e chiudeva le porte urlando ogni volta di fuori la propria presenza, assalendo e sfiancando. C’era urgenza di camminare, non c’era urgenza di parlare, di parole o di parlarsi, almeno non lo credevo. Avrei voluto scalare una vetta, avrei corso avanti e indietro lungo lo stesso sentiero soltanto per il piacere di sentire i muscoli stanchi. Non avrei guardato nessuno, sorriso a nessuno, avrei teso l’orecchio quanto bastava per non sentirmi scortese, per non sembrare scortese. Poi l’auto. Odorava di cose pulite. Avrei voluto solo silenzio e invece ridevo, due occhi di bambino mi guardavano. Era calmo. Ho respirato e il tempo è diventato un elastico. Si è camminato lungo un sentiero ripido fino a una chiesa antica. Salendo ci siamo dimenticati quello che era prima. Abbiamo scoperto l’attesa». (Isabella)
«[…] Si è rivelata una giornata meravigliosa, mi mancava molto passeggiare in montagna. Mentre camminavamo abbiamo fatto delle soste, e una volta ci siamo fermati per la stanchezza, un’altra perché una signora del gruppo ci ha spiegato i diversi tipi di erbe, e un’altra per ascoltare delle citazioni. Una che mi ha colpito maggiormente è quella di Mario Benedetti “Che cos’è la solitudine” che continua dicendo: “La donna ha disteso la coperta per terra, s’è distesa prendendo le forbici…» (Giulia, 17 anni)
Siamo tornati verso le macchine a passo più svelto. E poi a casa. Ci siamo salutati, gli occhi pieni di nuove domande. Come dice Dolores Prato: «I perché erano folla, ma tutti muti…» Oggi, forse, i nostri “perché” hanno preso parola.
T.R.
*Il biglietto cui allude Giuseppe recava questa citazione, scritta con la macchina da scrivere: «Siamo stati caricati di desideri e problemi immensi dentro una vita effimera».
(Dolores Prato)
(Ringrazio Anna, Luca e Marco di Viatĭcum per questa avventura “stratosferica”, come il tramezzino di Alessandro)
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