«Voglio stare in mezzo ai giovani e parlare d’amore». Un giorno di qualche anno fa, durante una rimpatriata con mia cugina, esce fuori questa frase. La ripeteva una sua zia materna. Da quel giorno non l’ho più dimenticata. Ieri, 25 novembre 2024, in occasione della Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, sono stata invitata dal professor Lupoli dell’ITET di Fermo a condurre una Palestra di scrittura su questo tema a cui ho dato il titolo “Tutte le vite. La mia”. Due ore di fronte a 96 studenti di IV e V, oltre ai docenti. Sono partita dal significato di “parola” che, come dice Marco Balzano nel suo libro “Le parole sono importanti”, «è una parabola, un suono che fa un percorso da chi lo pronuncia a chi lo ascolta. […] Mi interessa osservare come, implicando l’altro, la parola è un atto che richiede – stando a Gadamer […] – ascolto e comprensione. Il filosofo definisce l’ascolto la nostra ‘disposizione a comprendere’. In effetti solo quando la parola è compresa dall’altro la parabola è avvenuta e crea un ponte che istituisce un legame». La Riforma del diritto di famiglia (Legge 19 maggio 1975, n. 151), l’abrogazione del Delitto d’onore (art. 1, della L. 5 agosto 1981, n. 442) nonché la legge sull’aborto (legge 194 del 22 maggio 1978) fanno da sfondo a questo mio discorso che punta sulla narrazione e sull’uso preciso delle parole. Le parole che usiamo fungono da guida per il nostro pensiero. Le parole che usiamo non sono mai neutre. E così l’etimologia di “femminicidio”, “patriarcato”, “raptus”, “gelosia” ci aiuta a mettere insieme un puzzle in cui la donna viene ammazzata per il sol fatto di essere donna. Mi vengono in aiuto la sociolinguista Vera Gheno e il suo podcast “Amare parole”, Carolina Capria e il suo libro “Campo di battaglia”, la lucidità di pensiero di Michela Murgia. E ancora la poesia di Giorgio Caproni “Io solo” (di seguito un estratto):
«[…] La Bestia che ti vivifica e uccide…
…
Io solo, con un nodo in gola, sapevo. È dietro la Parola».
E poi letture da “Una donna” di Aleramo, “Infanzia” di Gor’kij, “Mia” di Antonio Ferrara, il cui incipit recita: «È solo per amore che l’ho uccisa…».
A questo punto invito i ragazzi a scrivere, se vogliono, qualcosa su quel loro foglio bianco che riposa sul banco dall’inizio di questo incontro. Qualcosa di «forte, sano e creativo, di buono e umano» (Gor’kij). E come faccio sempre durante le mie palestre, chiedo loro di non rileggere né correggere. Faccio partire il tempo. Teste chine, concentrate. Qualcuno si confronta con il suo vicino. E poi il tempo finisce. Il foglio di Elisa arriva a me, vuole che lo legga io: “È personale”, mi dice.
“Tutto ciò che scriviamo lo è”, replico.
Le parole che emergono sono paura, fiducia, amore. «Mi sono sentita usata, debole, e tutt’ora ho paura di rivivere ciò che ho passato». E ancora: «Le parole che ho ascoltato oggi sono state bellissime e le ho sentite dentro, come se appunto si era formato un ponte, un legame tra me ed esse».
Aurora P. parte con alcuni versi della canzone “Donna” di Kid Yugi: «’Sarai Donna, sarai l’angelo e la gola. / La mia tomba, tutti i miei sensi di colpa. / La tua bocca che morde e bacia ogni persona. La tua forza, quella di distruggerti da sola’. E aggiunge; la donna descritta come potente e autodistruttiva, dove però questa dualità la rende al tempo stesso desiderabile e pericolosa. Ma perché dobbiamo essere desiderate, perché dobbiamo essere viste come un modo per godere, perché identificate da una forma fisica, da un culo bello o meno…».
Tommaso: «L’amore non è odio, gelosia, ossessione e possessione. L’amore è libertà di amare chiunque in qualsiasi modo senza violenza o parole forti…».
Paolo: «Io, in quanto uomo, sono consapevole di poter essere un possibile “cattivo” magari nei modi e nelle parole che talvolta uso […] ma penso che grazie a quel poco che ho appreso dall’istruzione e da mia madre, riuscirò a sviluppare una maggiore empatia che mi potrà consentire una maggiore accortezza nel trattare con le ragazze».
Sibilla scrive un testo su come è la mente di un uomo prima di commettere un femminicidio. «Perché lei deve uscire e ridere con i suoi amici, ci sono io, il suo fidanzato, non le basto?, dovrei bastarle. Dopo tutto quello che provo per lei è il minimo che mi dimostri la sua gratitudine. Perché dovrebbe truccarsi, tanto la devo vedere solamente io? Mi appartiene…».
Aurora: «Io mai mi sono sentita oggetto di qualcuno, mai ho dovuto pesare più del solito le mie parole per paura di essere fraintesa, o peggio di sminuire un uomo. Mai ho visto mio padre sovrastare mia madre, né tanto meno alzare un solo dito contro di lei. Eppure mi fa paura uscire di casa troppo scoperta, che poi chi è che decide il troppo. Mi fa paura quando di sera devo prendere il treno e mentre aspetto c’è accanto a me un uomo che non conosco e ho una tremenda paura quando una macchina che passa, rallenta leggermente, fa qualche apprezzamento espresso a parole, gesti o, peggio, versi, che tutto fanno tranne che farmi sentire apprezzata. Perché la verità è che mi fa sentire così piccola, così indifesa e non in grado di controbattere, di far sentire la mia voce più della loro ed è così che ogni volta abbasso lo sguardo e continuo a camminare».
Eccoli qui i giovani che parlano d’amore. E io, fortunatamente, per una mattinata, sono stata in mezzo a loro.
Dico solo grazie. Ma è immenso.

(Alla fine dell’incontro mi si avvicina Edoardo per farmi i complimenti e un paio di appunti. Lo ascolto e penso che ha ragione. Metterò in pratica i suoi consigli per il futuro).

T.R.