Come anticipato nell’articolo pubblicato l’11 marzo 2025 in seguito all’ottava Palestra di scrittura svoltasi a Fabriano, pubblico, di seguito, il racconto di Marina che parte dall’incipit di Federica. I racconti degli altri partecipanti confluiranno in “qualcos’altro” al termine del primo ciclo di dieci incontri della Palestra.

“Quel giorno che pioveva”

«Quella dannata pioggia non ne voleva sapere di smettere. Scrosciava rumorosamente fregandosene di tutto e tutti. Eppure, bastava guardarla con altri occhi per vedere che stava lavando via tutto quello che era stato, anche il suo dolore: se lo portava via infilandolo a forza nei tombini ingorgati, tra le foglie secche e i ricordi di chiunque stesse guardando quel fiume di pioggia scorrere.
Capitava così in quel giorno grigio. I tombini pieni di foglie secche potevano rimandare all’incuria degli addetti alle pulizie ma nessun passante ebbe idee rancorose verso l’ente comunale. Tutta la città, e dico tutta, stava riversando i propri ricordi nel fiume di pioggia. “Come può succedere questo?”, sentenziò il sindaco. “Quale azienda è abilitata a smaltire i ricordi?”
Si appiccicò al telefono per informarsi di come avevano risolto il problema i comuni limitrofi. Ma gli amministratori delle altre città avevano perso la memoria dissolta nei liquidi atmosferici delle perturbazioni. Si stava perdendo nel fiume anche la memoria collettiva. I tombini ormai straripavano, tutti i ricordi erano mescolati e incominciavano a uscire persone con gli stivali di gomma e sacchi di plastica per cercare di recuperare qualche dolore a cui era affezionato, magari qualche ingiustizia mal digerita. Si fece un gran sforzo per ricordare quei dolori dimenticati, quelle brutte figuracce accantonate, ma più che altro quelle paure delle quali nessuno si era preso cura. I ricordi belli galleggiavano. Appena sotto c’erano i ricordi insignificanti tipo; dopo il bucato i calzini vanno riaccoppiati. In profondità prosperavano i ricordi e i dolori pesanti. I bambini furono i più audaci. Scesero per strada con l’attrezzatura da spiaggia; secchiello, paletta, setaccio. Si muovevano con gran facilità tra pozzanghere e correnti d’acqua e per loro fu un giorno indimenticabile. Gli adulti si attrezzarono con mestoli e scolapasta, qualche “attempato” con canna da pesca. Ognuno tornò a casa orgogliosamente con il suo bottino. Giovanni Strabbioli, il sindaco, soddisfatto posò il sacco sul tavolo di cristallo della sala e la moglie lo sgridò. Appena aperto si accorse subito di aver sbagliato ricordo, non era il suo. Non disse niente alla moglie e lo tenne per ricordo».

T.R.