9 maggio 2025. Nono appuntamento con la Palestra di scrittura a Fabriano, presso Binario 81. Il mandato di oggi contempla un quaderno, una penna e una chiave che non apre più nessuna porta o lucchetto. Siamo partiti dall’etimo di chiave. Siamo passati per la “chiave di lettura”, la “chiave di volta”, la “parola chiave” fino ad arrivare alla parola come grimaldello e alla formula “Apriti, sesamo”.
Dico: le chiavi che avete portato qui stasera non aprono più nessuna porta o lucchetto. Chiuse in un cassetto per chissà quanto tempo in mezzo ad altre minuterie – graffette, penne, chiodi, accendini, post it con numeri di telefono senza nome, candele, scotch, evidenziatori, mollette – adesso sono qui, per essere riscattate attraverso il racconto.
La parola è riscatto. Riscatto dall’oblio del ricordo e dal buio del cassetto.
Distribuisco una foto ciascuno [foto di porte e lucchetti]. Faccio partire i canonici venti minuti e il silenzio del foglio prende il sopravvento.
Il tempo della scrittura finisce. Ognuno condivide ciò che ha scritto, di cui riporto un breve estratto.
«Quell’immagine di me bambina che corre dietro casa, una silhouette piena di sole estivo, l’orto con le fave e tanti alberi. L’infanzia, i giochi, il fuoco».
[Il racconto è di Roberta, il titolo è “La chiave della casa che non c’è più”]
«A parte la maniglia, mi piace tutto. Il materiale, la materia, le mani degli artigiani. La curiosità mi dice di entrare. Giusto. Se volevo essere tranquilla me ne rimanevo a casa mia a porta chiusa, ma così chiusa da non fare uscire nemmeno l’odore del brodo di gallina. Decido di entrare nello sconosciuto, come ho fatto tante altre volte. Da bambina e non solo».
[Il racconto è di Marina, il titolo è “La porta”]
«Aveva deciso di prendersi una piccola vacanza. Una pausa. Un respiro. Aveva la sensazione che fossero mesi, forse anni che correva affannata a destra e a manca, senza spostare lo sguardo dal PC, dal cellulare. Eppure, appunto, non si era mossa da casa, dall’ufficio. Quindi, basta. Uno stop dal tran tran ci vuole. Vado via un paio di giorni».
[Il racconto è di Daniela M., il titolo è “La porta verde”]
«Ogni volta che ti vengo a trovare mi sorridi e mi abbracci festosa. Basta che io mi nasconda per un momento dalla tua vista, anche solo passando alle tue spalle, che tu, appena mi vedi, mi sorridi e di nuovo mi abbracci, come se non ci fossimo già viste qualche secondo prima. I tuoi occhi mi guardano con stupore. Come quelli di un bambino appena nato, che non parla, ma scruta. Scruta, occhi negli occhi. E dice senza parole. E domanda senza parlare».
[Il racconto è di Daniela L., il titolo è “Ho un piccolo passaggio segreto”]
«Non dici niente?
Che dico?
Lei sta seduta su quello scalino coi piedi dentro le ciabatte. Vecchia.
È partito.
Quando?
Prima. È venuto Aldo con la macchina.
E che devi fare!, dice lui. È così che va, non ci pensare. 

Tu hai finito di sotto?
Ho finito, sì, risponde. Come se di lui non gl’importasse. 

Lui ha il berretto tirato all’indietro e le maniche di camicia su fino ai gomiti.
Vado, dice.
Per cena che preparo, dice lei.
Lui si ferma. 

Ma le uova gliele hai date?, chiede. 

Lei sente un buco che le si apre all’altezza dello stomaco. Un buco dove s’infilano tutte le cose che lei non riesce a dire e che neppure lui sa dire».
[Il racconto è di Isabella, senza titolo, da concludere]
«Ecco, sto cercando la chiave, sono emozionato e allo stesso tempo preoccupato. Cosa succederà quando aprirò il lager del mondo. E perché proprio io? Ma forse, come si dice a Roma, “me sto a’ allarga’?” Magari invece la mia chiave non aprirà proprio nulla. Tutti siamo e rimarremo prigionieri nel lager dei pensieri. Nelle catene non spezzate, nella follia chiusa da un cancello. Chissà se l’uomo è veramente pronto a essere libero. In fondo quando si è prigionieri abbiamo un’identità definita. Magari decisa da altri o inconsapevole».
[Il racconto è di Davide, il titolo è “La chiave di un sogno”]
«Al numero 17 hanno cambiato la serratura. […] Non avevo mai notato che al colmo dell’arco le due pietre non combaciano. E non c’è un perfetto arco di cerchio. Sembra che sia pendente un po’ a destra. Quasi a denunciare che lì dentro, per quanto affascinante, non c’è poi chissà che. Eppure… Eppure mi sembra di percepire l’alito di tutte le vite che vi sono transitate insieme all’acqua che penetra e gocciola».
[Il racconto è di Marilù, senza titolo]
«Un vociare confuso e informe si accalcava ai fianchi del palazzo di fronte. La volta, piccoli mattoni dalle sagome irregolari, spiccava con timidezza ai piedi della facciata. E al di sotto di essa, il nulla. “Io”, esordì una voce di donna a sovrastare il chiacchiericcio indistinto, “io vedo da qui una vallata sconfinata e file di alberi e cespugli incolti che disegnano le linee delle strade e un verde immenso che confonde il confine tra le colline e il cielo. E nuvole, a tratti impercettibili, che fanno il loro corso in lontananza”».

[Il racconto è di Chiara, il titolo è “La chiave di volta”]
Mi stupisco ogni volta della potenza dei racconti anche se ho imparato a conoscere e riconoscere le voci di questi scrittori.
Un elemento, tuttavia, oggi, accomuna le loro voci. Il rimanere sulla soglia senza oltrepassarla. In fondo il nostro racconto è il racconto del mondo e continua con noi e attraverso noi e altri lo raccoglieranno per raccontarlo a loro volta e vi saranno nuove soglie e il bisogno di oltrepassarle o di contemplarle. La soglia non è solo un limite, è anche un inizio.

Grazie a Federica di Binario 81 per prendersi cura di noi con amorevolezza. Grazie a chi mi segue con fiducia e attenzione.

Ci vediamo dopo l’estate.

T.R.