Sette marzo 2025: ottavo incontro con la Palestra di scrittura a Fabriano, presso Binario 81. Lo spunto di oggi è “L’incipit che avrei voluto scrivere io”; Davide, Federica e Caterina lo scrivono di loro pugno, eccoli di seguito:
«Come imparare ad amarsi e ad amare?» (Davide)
«Quella dannata pioggia non ne voleva sapere di smettere. Scrosciava rumorosamente fregandosene di tutto e tutti. Eppure, bastava guardarla con altri occhi per vedere che stava lavando via tutto quello che era stato, anche il suo dolore: se lo portava via infilandolo a forza nei tombini ingorgati, tra le foglie secche e i ricordi di chiunque stesse guardando quel fiume di pioggia scorrere». (Federica)
«La nostalgia. Quel momento in cui si risvegliano i sensi e felicità e tristezza si incontrano in un valzer in 3/4. La piacevolezza di ricordi del passato, il dolore di un rimpianto, la mancanza di un tempo futuro che mai arriverà. In un pensiero nostalgico sono racchiusi passato, presente e futuro». (Caterina)
All’appello abbiamo: “Olive Kitteridge” di Elizabeth Strout (scelto da Isabella), “I giorni di vetro” di Nicoletta Verna (Daniela L.), “Profilo di Clio” di Iosif Brodskij (Marilù), “Le follie di Brooklyn” di Paul Auster (Roberta), “Il pescatore” di De Andrè (Marina), “Senza fine” di Gino Paoli (Caterina mi manda anche questo in alternativa al suo), “Wish you were here” dei Pink Floyd (Chiara), “Abbiamo sempre vissuto nel castello” di Shirley Jackson (Mimì), “Il peso della farfalla” di Erri De Luca (Daniela M.). Batto gli incipit con la macchina da scrivere su carta fatta a mano ricavandone preziose cartoline.
Dopo una breve introduzione su cos’è un incipit, sulle diverse tipologie – descrittivo, narrativo, in “medias res” – passo a distribuire casualmente le cartoline ai partecipanti. Come al solito hanno venti minuti per scrivere a mano libera un racconto partendo dall’incipit loro destinato.
In questo articolo riporto il racconto di Davide cui è capitato l’incipit di Paul Auster. In articoli successivi mi impegno a pubblicare estratti di altri racconti di questo ottavo incontro. In ogni caso abbiamo in animo, giunti alla decima Palestra, di creare un evento celebrativo. Ma ci stiamo spingendo oltre con le intenzioni e l’immaginazione. Per ora stiamo sul racconto di Davide: «Stavo cercando un posto tranquillo per morire. Qualcuno mi raccomandò Brooklyn e così la mattina dopo partii dalla contea di Westchester e andai fin là per fare un sopralluogo. Appena arrivato a Brooklyn capii che quel qualcuno mi aveva preso in giro. Era un posto in cui non sarei riuscito a morire in pace neanche con tutta la buona volontà del mondo. Un caos totale, traffico, semafori, clacson e soprattutto grattacieli, così alti che non si riusciva a vedere il cielo. E poi tanta gente, troppa. E così dopo neanche mezza giornata tornai verso casa. Lungo la strada vidi in lontananza del fumo, che s’intravedeva dietro un bosco. Fui come attirato. Accostai la macchina e mi incamminai in quella direzione. Dopo circa due ore di cammino arrivai nel punto da dove proveniva il fumo. Era un enorme tepee; dentro si sentivano varie voci di bambini che ridevano e di anziani che parlavano. Mi feci coraggio e chiedendo permesso entrai. Non ero mai stato dentro un tepee ed ero stupito nel vedere quante persone potesse contenere, almeno trenta, di tutte le età, bambini, donne e qualche anziano. Al centro c’era un grande fuoco e un pentolone…». Il racconto termina qui perché stasera il tempo ha accelerato il suo corso e non ci siamo resi conto che nel profondo silenzio della scrittura esso scorreva solcando la pagina e distraendoci da noi stessi.
A presto, dunque. Ma senza fretta.
T.R.