Vivo lo sbilico e nello sbilico delle cose. È come se mi aggirassi confusamente all’interno della mia testa, con una torcia accesa, per ritrovare il dettaglio concreto – il margine di un foglio, un mozzicone di matita – in mezzo all’impalpabilità dei ricordi. Cerco l’immagine materiale in tutti i passati che conosco, quello prossimo, quello remoto, la cerco al tatto per ritrovarla e quando non la trovo i cani incominciano a squittire, l’acqua va in combustione, tavoli e sedie si disarticolano e una voce mi dice: risolvi questa cosa o non potrai più andare avanti. Dove sei finita, giornata di ieri? Da qualche parte deve esserci un telecomando. Non importa se oggi ne è arrivata un’altra, dov’è finita quella di ieri? Ma anche il dolore di ieri, dov’è andato a cacciarsi? E perché mi manca anche lui? Di tutte le sensazioni che hanno preceduto l’esordio della malattia, questa è la più inspiegabile: se il giorno prima avevo avuto il mal di pancia, il giorno dopo il dolore mi mancava. Prendere le botte da mamma, che a volte mi faceva sanguinare il naso, il giorno seguente mi mancava. C’erano in me due o tre bambini che non riuscivano a mettersi d’accordo su niente. Uno di loro, a un certo punto, se ne andò a dormire.

(“Lo sbilico” – Alcide Pierantozzi)