«Della nostra storia nulla vive se non viene raccontato». Inizia con questa citazione di Lalla Romano il sesto incontro della Palestra di scrittura per gli adulti: è venerdì 29 novembre, siamo al bar Mimosa a Fabriano. Dacché la Palestra ha iniziato a essere frequentata anche dai ragazzi, si vedano gli incontri del 25 novembre all’ITET di Fermo e quello al Liceo Scientifico Volterra di Fabriano il 28 novembre, mi tocca specificare la fascia d’età. Partiamo dalla parola pertinacia e dal suo etimo. Carattere, qualità di chi è pertinace, parola derivante dal latino, composta di ‘per’- (che indica insistenza) e ‘tĕnax’ (tenace). Costanza ostinata nel pensare o agire in un dato modo. “Insistenza infaticabile”, come diceva Manzoni. Ho chiesto ai partecipanti di indicarmi un elemento, fisico o metaforico, che a loro avviso la rappresentasse. Daniela ha indicato un diamante, Daniela M. una goccia d’acqua, Davide Don Chisciotte, Caterina le radici degli alberi, Federica una “nolontà”, lei, dice, non sa cosa sia la pertinacia perché non le appartiene, Chiara l’ostinazione, anche Isabella l’ostinazione, ma quella di sua nonna, Marina un gomitolo aggrovigliato.
Dopo la lettura dei testi propongo una poesia di Cesare Viviani da “Ora tocca all’imperfetto”, di Aldo Nove da “A schemi di costellazioni”, oltre alla già citata Lalla Romano da “Dall’ombra”.
A differenza degli altri resoconti, ci tengo oggi a riportare per intero i testi nati da quest’incontro. E senza altro aggiungere, eccoli di seguito. Buona lettura.

Senza titolo: «Le radici dei filari di tigli lungo il viale, che ogni anno rigonfiano sempre più l’asfalto e il marciapiede, giusto così. Mio nonna che a 93 anni con la vista seriamente compromessa e l’udito che piano piano se ne sta andando si ostina a voler partecipare attivamente ai nostri discorsi, beata lei. L’uccellino che guardando i suoi compagni di stormo si fa forza, batte forte le ali per attraversare una forte corrente d’aria e volare alla scoperta di nuovi cieli; l’unione fa la forza. L’edera verde rigogliosa arrampicata su quel tronco d’albero secco è riuscita quasi a coprirlo del tutto, lentamente, senza ritegno. Io che sono qua seduta insieme a tutti voi bombardata da immagini che mi fanno pensare, mi blocco: quando sono stata tenace, quando ostinata? Qual è il confine tra il positivo e il negativo, quale il limite di ognuno?». (Caterina)

“Mi diverto con te”: «Non posso non pensare al presente, tempo indicativo modo presente, e mi faccio tante domande quotidiane. Mi piacerebbe scoprire il suo contrario, una bella culla morbida, senza rigidità, di un obiettivo. Un non senso mollando lo sforzo di dare un senso a tutto. Un corpo sdraiato fino ad assumere le forme della terra lasciando la posizione eretta che tanto vanta l’evoluzione. Un raggio di sole senza filtri, una corda di canapa arrotolata non tesa dall’acqua e dal vento, un’età senza anni, avere tanti anni e non guardare indietro cercando indizi che dicano che non è stata una vita sprecata. Mi piacerebbe davvero tanto allenarmi al suo contrario per quanto mi ha soddisfatto frequentarla la pertinacia, sarebbe chiudere un cerchio nella sua interezza, sarebbe conoscere un pezzo di vita in più e bilanciare molte cose, forza e abbandono. Mi piacerebbe». (Marina)

“La clessidra”: «Girò la clessidra e si disse, da ora hai 20 minuti. 20 minuti, per pensare, per scrivere, per scavare… o per cosa? Ritornare a sé? Intanto ogni granello di sabbia seguiva un suo simile, che seguiva un suo simile, che seguiva un suo simile… portandosi via il tempo che rimaneva. Insistente l’ansia tornava con le sue domande, una dietro l’altra, come gocce sulla roccia, e le parole scendevano dalla penna senza senso, inseguendo la linea dei segni neri sul foglio bianco, eppure la mano continuava a scrivere e il cervello a pensare. Maledetto. Non smette mai, nemmeno un secondo, nemmeno per la durata della caduta del granello di sabbia sugli altri granelli, anche lui silenziosamente senza sosta, senza respiro, produce pensieri su pensieri, su pensieri, un filo di fumo dietro l’altro che si dipanano per direzioni e forme diverse, lentamente ma continuativamente, piccoli, silenziosi, giudicanti, maglie di una rete che è dura da bucare, e io lì ad ascoltarli coi loro borbottii che non riesco a zittire per liberarmi e lasciare scorrere finalmente le parole. Granello su granello, goccia su goccia, pensiero su pensiero… BASTAAA». (Daniela M.)

“La seduta”: «Pertinacia… persistere ostinatamente verso qualcosa, o qualcuno. Per uno scopo, forse. In terapia la chiamiamo ostilità: estorcere prove validazionali a favore di tesi che si sono già rivelate invalidate. E così immagino la figura pertinace a scalare vette senza cime, strade dalla linea confondibile, intrecci di Escher su cui arrampicarsi, cadere e risalire, e così ostilmente andare. E così con pertinacia, procedere. Immagino quella figura così piccola, insignificante nel groviglio di direzioni e possibilità che si dipanano davanti, tenace, insistente, rapidi e perentori i suoi gesti, confuse e forse inconsapevoli le sue intenzioni. Si abbassa, scruta, cerca con lo sguardo un nuovo segnale a cui appigliarsi, per riconoscersi smarrita e ancora ostinata appena un attimo dopo, e appena un attimo dopo una porta che si spalanca su altre porte, strade, gradini di Escher che s’intrecciano e si confondono e all’occhio sembrano mutare forma e direzione, chissà come ci si deve sentire. Mi immergo e ripercorro i passi che quella figura ha tracciato nel groviglio delle sue strade, provo a seguirla, mi perdo e la ritrovo appena un attimo dopo, ostile e pertinace alla ricerca di una via d’uscita. Miope sulla fatica e sull’impegno investiti nell’impresa. E mi racconta ora di quando ha provato a far sentire la sua voce e nessuno ha udito. E dello sforzo per farsi apprezzare e del dolore sordo cha ha cacciato in un angolo buio del cuore per non farsene ferire. Insieme ci perdiamo in questo gomitolo di strade, possibilità, dei passi percorsi con pertinacia per uscire dal caos. Insieme ci facciamo carico del peso che può comportare l’ostinato tentativo di dimostrarsi diversi da ciò che all’occhio giudice del mondo si tende ad apparire. E insieme, stiamo. Nel groviglio, nell’impasse, come rami di quei pini che con pertinacia cercano il loro spazio e inconsapevolmente lo trovano. “Ci vediamo la prossima settimana”». (Chiara)

“Il chioschetto”: «Questa parola mi ha fatto riflettere: qual è il mio rapporto con la pertinacia? Io penso di avere pertinacia da vendere, anche se spesso me la sono persa per strada. Nella mia vita ho continuato, nonostante svariate batoste, a cercare come un’isola che non c’è, ad andare controcorrente, a combattere contro i mulini a vento, eppure sono ancora qui, a crederci, con varie ammaccature, ma ancora qui, nella convinzione che, forse, qualcosa di buono mi ha portato. Ammetto che molte volte la corrente mi ha trascinato via e spesso mi sono ritrovato come al gioco dell’oca a fare molti passi indietro, ma la cosa bella che credo di aver capito è che non c’è un punto di arrivo, è un moto perpetuo, che a volte sembra rallentare e quasi fermarsi; ma è solo un’impressione. Ora sinceramente essendo un po’ avanti con gli anni vorrei veramente aprire il mio chioschetto di pertinacia, un po’ per non farla estinguere e poi vorrei vivere di questo. Dopo aver fatto i più svariati lavori, vorrei liberarmene di una buona parte, cercando di cavarci un discreto gruzzoletto. Il problema è che non so se venderla a peso e a metri cubi, e soprattutto, a che prezzo. Voi cosa mi consigliereste? La comprereste?». (Davide)

“Non mi avrai”: «Mi fa paura questa pertinacia e la schivo. La evito perché non voglio che mi si appiccichi addosso. Scappo da ciò che mi fa sentire legata, performante nel tempo. Scappo da una caparbietà che poi, forse, in fondo in fondo, mi appartiene. Mi spaventa l’idea che qualcosa duri nel tempo, e mi fa poi sentire incastrata. Ma chi prendo in giro? Non ho forse costruito una famiglia? Una famiglia che a guardare avanti non ne vedo la fine. Eppure mi piace convincermi che non so durare, che non so insistere. Mi piace immaginarmi perdente. Che è più affascinante chi è sopravvissuto. Però mi sbaglio perché per sopravvivere bisogna combattere e io lotto, lotto di continuo. Lotto contro quel male di vivere che mi vuole priva di forza di volontà. Priva di tenacia, priva di insistenza. E mi sa che ogni tanto vinco, anzi, vinco spesso, che non sarei qui, altrimenti. A regalarmi qualcosa di bello, di meritato. Sono qui a prendere il mio premio, come chi vince. Come chi ha lottato con tenacia. Fanculo pertinacia, mi hai avuto!» (Federica)

“L’albero del bacio”: «La terra è sempre più arida, rossa di un rosso fuoco che sporca i piedi anche se hai i sandali di cuoio con cui trascorri tutta l’estate. La sera quei piedi sono così sporchi che dopo che li hai lavati rimane la traccia sul bidet come testimonianza dei nostri pomeriggi infiniti. Oggi ci siamo perse. Eravamo alla ricerca dell’albero del bacio, ci avevano detto che fosse nella campagna di Tore, così ci siamo messe in cammino. Il sole era così alto e caldo che mi sembrava di soffocare, ma non m’importava perché avevamo una missione. Appena arrivate al cancello verde della sua proprietà ci siamo fermate, impaurite. Poi abbiamo spinto e aperto. Siamo entrate nel grande uliveto. Ulivi secolari e contorti ci apparivano davanti come statue mostruose. Il primo aveva una bocca enorme e grandi occhi severi, ai lati altri due sembravano volerlo raggiungere con grandi mani da strega. Camminando ancora, assordate dal frinire delle cicale finalmente ci appare lui, l’albero del bacio. Un tronco che da terra parte unico con radici che emergono dalla sua base come fossero le vene che nonno ha sottopelle. Quel tronco si torce come un vortice e sale dividendosi in due parti che sono una di fronte all’altra ed è proprio vero, sembra che si bacino. Dal centro dei due tronchi due labbra di legno si sfiorano mentre fronde disordinate e cariche di foglie e piccole olive ricadono in basso come riccioli ribelli. Dicono che se lo tocchi entro l’anno troverai un fidanzato. Così ci fiondiamo verso di lui e con un po’ di timore appoggiamo le nostre mani sul legno ruvido e ci perdiamo a fantasticare su quello che ne sarà di noi». (Daniela)

T.R.